"Screen" Casa del Mantegna

 


SCREEN - pittura continua

Mostra personale di Alfonso Leto

Progetto espositivo ideato e prodotto dalla Fondazione Orestiadi di Gibellina

A cura di Ilaria Bignotti ed Enzo Fiammetta

Sponsor: “Gruppo Tea”, “Studio Andrea Minari”

Provincia di Mantova, Comune di Santo Stefano Quisquina (Agrigento)

Dal 20 settembre al 26 ottobre 2025 

Casa del Mantegna,

via Acerbi 47, Mantova

Orari di visita

da Martedì a Venerdì dalle 10.00 alle 13.00 / Sabato e Domenica dalle 14.30 alle 18.30 / Lunedì chiuso

 www.casadelmantegna.it  www.fondazioneorestiadi.it


Video (min. 6,60) 

Nell’ambito dell’attività di promozione e di diffusione dei linguaggi contemporanei, in continuo dialogo con le realtà internazionali dell’arte, dal 20 settembre al 26 ottobre 2025 la Fondazione Orestiadi di Gibellina è ospite della Casa del Mantegna di Mantova con SCREEN - pittura continua, mostra personale di Alfonso Leto, poliedrico artista che nel corso dei decenni ha stabilito con l’istituzione culturale un vivo rapporto di collaborazione e di presenza attiva nella sua programmazione.

 

Il corpo centrale dell’offerta espositiva è composto dalla produzione pittorica recente di Leto, realizzata su superfici provenienti da scarti elettronici - monitor, tablet, televisori, dispositivi vari - che attraverso il gesto salvifico e creativo dell’artista ritornano in altra forma, come opere pittoriche di piccolo e medio formato portatrici anche del messaggio ambientale che il riciclo estetico comunica.

Basti pensare alla catena di sfruttamento globale che questi oggetti generano prima di arrivare agli “utilizzatori finali”. Il gesto pittorico di Leto, alludendo ed eludendo anche a questi temi, senza alcuna retorica, vuole onorare questi frammenti consentendo ad essi una second life elevata a «un ideale paradiso dei pezzi di ricambio», come dice l’artista.

Non è un caso che “Gruppo Tea” e “Studio Andrea Minari” che sostengono il progetto insieme alla Provincia di Mantova (che gestisce la sede museale) e al Comune di Santo Stefano Quisquina (Agrigento), siano impegnati in prima linea nella tutela ambientale e nella diffusione di una cultura della sostenibilità

 

Al gruppo centrale di opere su schermi, in un ricco dialogo visivo, si affiancano

altre opere concepite su superfici più tradizionali, quali tele, tavole, ardesia e metalli. L’accostamento e la condivisione dello spazio espositivo tra questi gruppi di opere provenienti dall’attività più nota dell’artista, vuole costituire il filo di continuità iconografica e narrativa di una produzione apparentemente eterogenea ma intimamente coerente che fa della sua poliedricità la sua cifra di originalità.

Per questa sua presenza espositiva nella Casa del Mantegna Alfonso Leto ha “dato vita” ai ritratti immaginari di Andrea Mantegna e della sua prima moglie Nicolosia Bellini (proveniente da una delle famiglie di artisti più importanti del Rinascimento italiano, strettamente relazionata con la formazione veneta di Andrea), in una doppia versione.

Immaginare oggi, sei secoli dopo una possibile fisiognomica di una delle coppie più iconiche del Rinascimento è un desiderio connaturato al gesto pittorico (mitologico-affettivo): un esercizio quasi medianico, da cui nascono due volti rinascimentali e cyborg dipinti su supporti estratti da schermi televisivi, come gran parte delle opere di questa mostra. Afferma Alfonso Leto.

 

La pittura è screen: è schermo, scansiona, va oltre la superficie delle cose. In Screen-Pittura continua Alfonso Leto espone nella Casa del Mantegna di Mantova, dimora che l’artista rinascimentale costruì con geometrico, cristallino rigore e tensione al trascendentale: ab olympo, una selezione cospicua di opere recenti e molte di nuovo conio, inedite. Una rassegna attesa, dopo la grande mostra del 2018, prodotta dalla Fondazione Orestiadi in occasione dell’edizione di Manifesta tenutasi a Palermo, nell’anno in cui la città era Capitale Italiana della Cultura (…) 

Lo schermo – di un tablet, di uno smartphone, di un televisore, di un pannello solare – è sempre una superficie dalla quale escono immagini programmate altrove, scaturite da un algoritmo, reiterate e rinnovate in un processo di creazione del bisogno e della stimolazione del desiderio. (…)

L’operazione di Leto ci fa ‘dimenticare a memoria’ che di uno schermo si tratta: è il luogo in cui la pittura si dà, accade, viene fuori e ci fa fuori. È una questione di fenomenologia dell’immagine, al grado zero. Un manuale delle istruzioni senza note. 

Quella di Leto con lo screen è una lunga storia, che si avvia nel 1999, l’anno del Millennium bug, quando invitato da Achille Bonito Oliva a partecipare al progetto Electronic Art Café alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, propose interventi pittorici su schermi di computer sia accesi che spenti. “Da quell’esperienza ho proseguito periodicamente ad adottare e includere progressivamente monitor e scarti elettronici vari nel gesto pittorico”, ha recentemente ricordato l’artista.


La dimensione individuale, egoica, la fascinazione per la complessità del dipingere su uno schermo, la tensione alla pittura come tecnica riottosa che l’artista rende ancora più indomabile cimentandosi con superfici inusuali: lo schermo per Leto è proiezione della propria battaglia, è campo di un corpo a corpo che vivifica il processo immaginativo. 

A dispositivi spenti, si accende il meccanismo della fantasia. Scrive Ilaria Bignotti nel saggio in catalogo.

 

Questi “screenshot” pittorici” diventano meditazione sull’atto creativo. L’uso dello schermo come supporto per ridare senso alla pittura.  Questa pratica ricorda la copertura, in periodo barocco, delle partiture murali nelle chiese medievali a cui vengono sovrapposti stucchi e decori, per dare nuovo significato al supporto: gli screen, che oggi assumono una centralità ridondante nella nostra relazione con il mondo, in un nostro tentativo di dare un senso alla successione di reel a cui abbiamo delegato la comprensione compressa del reale. Il gesto pittorico, antico quanto l’uomo, si sovrappone ai pixel del monitor per tentare la ricomposizione dell’esperienza estetico-visiva. Scrive Enzo Fiammetta, Direttore del Museo della Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi nel saggio in catalogo.              

 



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